Introduzione: le ragioni di un nome

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Spettacolo, intrattenimento o arte, ricerca, via di conoscenza? Non che le due scelte non possano convivere e anche dignitosamente, ma la convivenza è rischiosa, può essere lacerante e alla lunga distruttiva.
Insomma, per dirla con l’antropologo Turner: il teatro ha da essere liminoide o liminale? In altre parole cammina a fianco a fianco con il cinema, la televisione, gli spettacoli di facile consumo, con essi gareggia o marca ancora una differenza, rinuncia alle lusinghe del successo di massa e agli elisir di lunga vita per percorrere un cammino più solitario, elitario e austero?
Si dirà: quando è in gioco la sopravvivenza, non hai altra scelta che camminare lungo i sentieri tracciati dagli altri, ammesso che ti sia ancora permesso (cioè che il fondo unico dello spettacolo ti conceda ancora una sia pure esigua fetta di finanziamenti e così a cascata da esso discenda ogni altra specie di contributo istituzionale).

Essere liminoide (cioè limitarsi a intrattenere, far parte del paniere delle offerte per il tempo libero e l’evasione dalle ansie del lavoro e della vita quotidiana del cittadino) è dunque una scelta obbligata.
Allora perché ci ostiniamo (e non siamo i soli nell’attuale panorama della ricerca teatrale, anche se in numero sempre minore rispetto a ieri) a dichiararci “liminali”, a scegliere la liminalità? Pensiamo forse sia possibile restaurare l’azione drammatica come momento di un percorso rituale d’iniziazione arcaico nel cui orizzonte (ma non soltanto) forse il teatro ha cominciato a muovere i suoi primi passi o ci crogioliamo e ci inorgogliamo ostinatamente nel farci paladini di una supposta “purezza” originaria?
Né l’uno né l’altro: ogni giorno nel nostro lavoro ci misuriamo concretamente da un lato con l’efficacia delle nostre azioni e dall’altro con la soddisfazione piena e profonda che ne ricaviamo e che ingeneriamo in tutti quelli che ne sono partecipi. Col tempo abbiamo appreso, a nostre spese, che efficacia e soddisfazione sono conseguenze che discendono solo dal rigore etico e “tecnico” concui si risponde ai più intimi e profondi impulsi e bisogni.

Solo collocandosi e restando sul (nel) limen (spaziale e temporale), cioè ai “margini”, lungo i confini dei luoghi più abitati e delle strade più frequentate, e non “lasciandosi sedurre” dalle sirene che promettono fama, gloria, denaro..., crediamo sia ancora possibile far vivere il teatro (e non sopravvivere), farne un’arte ed insieme una via di conoscenza, individuale e collettiva, mantenere in vita la sua radicale “differenza”.